Settimanale della Diocesi di Vittorio Veneto
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Edizione del 14/07/2013 - Prima pagina

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 
 
   
 
   
   

L'AZIONE - Articoli - La fede che apre gli occhi

LA FEDE CHE APRE GLI OCCHI

Ho letto (velocemente) la nuova enciclica di papa Francesco dedicata alla fede e intitolata Lumen Fidei, la Luce della Fede, è mi ha colpito la precisione con cui coglie il punto centrale del dibattito odierno sulla fede. L'enciclica si rivolge ai credenti per aiutarli, nell'Anno della fede, a vivere in pienezza la loro fede, ma nello stesso tempo conduce anche un serrato dialogo con la cultura moderna. In questo si sente soprattutto la mano di Benedetto, resa, però, più leggera e più calda dalla mano di Francesco.C'è ancora fede oggi nel mondo? C'è sicuramente. Qualcuno, nonostante i desolanti vuoti nelle nostre comunità, afferma che è in ripresa, ma è una fede ridimensionata e relegata dentro la sfera individuale. C'è tanta gente che non può vivere senza questo appoggio interiore. Lasciamolo, si dice, se gli è utile, creda pure, però non è dalla fede che si può sperare qualcosa di buono per l'umanità. È questo l'atteggiamento oggi prevalente. Allora, su chi o su che cosa appoggiarci oggi per migliorare la vita? Sulla scienza e sulla tecnica, naturalmente. Con il loro aiuto non si pretende di risolvere i problemi e le oscurità che incombono sull'umanità. È una luce limitata quella della scienza, ma è certa. Non ci fa vedere tutto il cammino, ma ci indica con sicurezza i passi utili da fare per sopravvivere. Solo questo. Il resto è illusione: qualcuno per vivere ha bisogno anche di illusioni. L'enciclica fin dall'introduzione individua bene questo atteggiamento con una citazione del giovane Nietzsche, un anticipatore dell'attuale mentalità. In una lettera indirizzata alla sorella scrive: "A questo punto si separano le vie dell'umanità: se vuoi raggiungere la pace dell'anima e la felicità, abbi fede; ma se vuoi essere un discepolo della verità, allora indaga". E l'enciclica commenta: "La fede è stata intesa allora come un salto nel vuoto che compiamo per mancanza di luce, spinti da un sentimento cieco; o come luce soggettiva, capace forse di riscaldare il cuore, diportare una consolazione privata, ma che non può proporsi agli altri come luce oggettiva e comune per rischiarare il cammino" (3). Questa è precisamente la sfida che i credenti devono oggi affrontare.



La sfida è affrontata soprattutto nel secondo capitolo dove si dice che la fede non è solo fonte di consolazione, ma apre anche gli occhi e fa, in qualche modo, vedere. Non come fa vedere la scienza: "Nella cultura contemporanea si tende spesso ad accettare come verità solo quella della tecnologia: è vero ciò che l'uomo riesce a costruire e misurare con la sua scienza, vero perché funziona, e così rende più comoda e agevole la vita". D'altra parte "la verità grande, la verità che spiega nell'insieme la vita personale e sociale, è guardata con sospetto. Non è stata forse questa - ci si domanda - la verità pretesa dai grandi totalitarismi del secolo scorso, una verità che imponeva la propria concezione globale per schiacciare la storia concreta del singolo?". La via stretta della fede passa allora tra una verità che illumina la vita in tutta la sua estensione ma che, nello stesso tempo, lascia intatta la libertà del singolo.



L'enciclica trova l'indicazione di questa strada nella Lettera di Paolo ai Romani dove l'apostolo afferma: "Con il cuore si crede". Nel linguaggio biblico il cuore non è la sede dei sentimenti passeggeri, ma "è il centro dell'uomo, dove si intrecciano tutte le sue dimensioni: il corpo e lo spirito; l'interiorità della persona e la sua apertura al mondo e agli altri; l'intelletto, il volere, l'affettività". È in questo centro che noi "ci apriamo alla verità e all'amore e lasciamo che ci tocchino e ci trasformiamo nel profondo" (26). In esso la persona, se è vigile e sincera, può fare l'esperienza dell'amore come della verità della vita. Può rendersi conto che la vita non è un dato senza senso ma un dono. E dal dono risalire al donatore e sentirsi da lui amati. Una simile esperienza dà senso alla sua vita, la rende accettabile e comprensibile: la illumina. Non è un sentimento soggettivo del tutto incomunicabile. Di esso si può parlare con gli altri e trovare riscontro. Partendo da essa si può costruire insieme la vita. Oggi si ha paura delle verità universali che pretendono di abbracciare la vita intera perché sembrano contrarie alla libertà del singolo. Si preferisce che ciascuno dia alla sua vita il suo senso. "Se però - insiste il papa - la verità è la verità dell'amore, se è la verità che si schiude nell'incontro personale con l'Altro e con gli altri, allora resta liberata dalla chiusura nel singolo e può far parte del bene comune" (34).

La fede resta sempre un percorso difficile. Il sentirsi così toccati da un amore che ci trascende richiede condizioni soggettive di umiltà e di attento ascolto. Quello che l'enciclica rivendica con forza è che tutto questo non è irrazionalità, pura illusione, sentimenti soggettivi incomunicabili e pericolosi per la pace sociale quando si pretende di metterli in pubblico. È vita umana di cui ognuno può rendersi conto e di cui rendere conto agli altri, non con la evidenza del calcolo scientifico, ma con le esigenze vere e oggettive che ogni uomo può scorgere nel profondo della sua vita. GpM




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